Detroit: Become Human, tra passato e futuro – recensione

By Luca Forte, giovedì, 24 maggio 2018 14:00 GMT

Quantic Dream torna a far discutere: capolavoro o occasione persa?

I lavori di David Cage, il visionario game director francese a capo di Quantic Dream, riescono sempre è far discutere. A volte con passione, altre con sconforto; poco importa. Difficilmente un suo gioco lascia indifferenti.

Lo hanno fatto Fahrenheit, Heavy Rain e Beyond: Two souls e senza dubbio lo farà anche Detroit: Become Human. Perché, anche questa volta, la sua opera riesce a trattare alcuni argomenti e a raccontare una storia in maniera complessa e stratificata. Detroit: Become Human mette sul piatto argomenti e riflessioni interessanti e li sviluppa attraverso quel suo modo ibrido di creare videogiochi, più simile ad un film interattivo che ad un vero e proprio videogames.

Ma, ancora una volta, fallisce nel creare un’esperienza completamente soddisfacente.

Detroit Become Human

Futuro anteriore

La colpa è da ricercarsi in una struttura tecnica che ormai ha fatto il suo tempo e che maschera dietro a una patina scintillante fatta di un’espressività dei volti e una recitazione di altissimo livello, un gameplay rigido e a tratti irritante. I controlli di movimento, l’utilizzo del touchpad o di quick time event potevano essere soluzioni interessanti diversi anni fa, ma adesso hanno il sapore di gimmick. Di qualcosa di strano che talvolta funziona persino male. La scelta di sovrapporre la telecamera ai movimenti di base per aprire una porta o compiere un’indagine, infatti, porta ad avere difficoltà nell’eseguire alcune azioni nel gioco. Questo, unito ad una rigidità dei movimenti e nella gestione della telecamera, rende alcune fasi piuttosto rognose o perlomeno meno godibili e cinematografiche di come ci saremmo aspettati.

A questo aggiungiamo il fatto che gli androidi, la loro presa di coscienza, il confine sempre più sottile che divide l’essere umano dalla tecnologia sono argomenti che sono stati affrontati in maniera estensiva da autori sicuramente più talentuosi di Cage come Asimov o Dick. E non è sicuramente un’offesa o un ridimensionamento delle qualità del director francese, ma semplicemente la constatazione che opere come Blade Runner, Io Robot, ma anche serie come Westworld o Altered Carbon hanno trattato l’argomento in ogni modo, lasciando davvero poco spazio per spunti sorprendenti o originali.

Dicotomie

Detroit: Become Human, però, ci prova mettendo in mezzo alcuni argomenti piuttosto moderni e interessanti come il razzismo e la segregazione. E colpisce nel segno mostrando in maniera velata il disagio che si cela dietro la patina di modernità e ricchezza che sta trasformando Detroit. Una città in crisi, che da faro dell’industria mondiale si è trovata a dover far fronte alle avversità passate dai giganti dell’automotive. E che vede nella produzione degli androidi l’occasione per rinascere e recuperare il ruolo di faro per l’umanità.

Ma il disagio non viene sbattuto in faccia, ma viene raccontato attraverso una minuziosa costruzione degli scenari. Ci sono predicatori che biasimano l’avvento degli androidi e adesivi che vietano agli esseri artificiali di entrare in determinati esercizi commerciali. Ma anche scomparti dei mezzi pubblici nei quali i robot sono ammassati e discariche nelle quali i pezzi rotti vengono buttati.

Detroit: Become Human ci mostrerà attraverso gli occhi di tre androidi questo periodo di dicotomie. Progresso tecnologico per i ricchi e depressione per coloro che hanno perso il lavoro a causa dei robot. Macchine perfette e programmate per servire, ma che vanno in corto circuito per sentimenti quali l’amore o la rabbia. Il freddo calcolo e le capacità analitiche di Connor e l’amore materno di Kara. In questo modo, toccando tante corde diverse, Detroit: Become Human riesce comunque a lasciare qualcosa. Che sia il bisogno di proteggere una bambina travolta dal destino avverso o la cieca rabbia per dei diritti negati, poco importa. Se qualcosa scatterà all’interno della testa, o del cuore, David Cage avrà comunque vinto. Anche questa volta.

Detroit: Become Human

A un passo dal traguardo

Questo, però, non è sicuramente un male. Anzi, il vero problema è che Quantic Dream non riesce a colpire completamente nel segno. Perlomeno non come ci sarebbe piaciuto. Alla fine delle circa dieci ore che impiegheremo a completare la storia rimarrà la sensazione che si sarebbe potuto fare di più. Che la libertà e i tanti bivi promessi la maggior parte delle volte devono portare in una direzione. Non potremo provare a giocare a fare l’androide con Connor, seguendo tutti gli ordini del suo collega poliziotto e saremo costretti a prendere la deriva rivoluzionaria con Markus.

Una volta scesi a patti con queste forzature l’esperienza sarà in grado di coinvolgere e persino ammaliare. Alcune scene, infatti, hanno una forza evocativa notevole. Alcuni scenari, graziati da tagli registici di pregio, non potranno che ammaliare, grazie alla forza delle immagini, della musica o dei richiami ad un passato mai troppo distante.

Detroit: Become Human

Bivi

E sì che questa volta David Cage ci aveva proprio provato. Non ci sono grossi buchi di trama, strane derive metafisiche o altro. Solo che manca la tensione e la curiosità che, per esempio, tenevano incollati in Heavy Rain. Manca una sorta di climax e, fatto salvo per alcune sorprese, l’evoluzione della storia è spesso prevedibile.

La presenza di un grafico che mostra i bivi al termine di ogni capitolo da una parte evidenzia l’enorme lavoro svolto da Quantic Dream. E contemporaneamente spinge a tornare sui propri passi per scoprire i dettagli perduti o cosa sarebbe successo se avessimo agito in modo differente. Perché Detroit, una volta scesi a patti con i suoi limiti, è un’esperienza visionaria e potente, forse non originale, forse non brillante da giocare, ma sicuramente di impatto. Si tratta di una storia da vivere, che lascerà qualcosa sedimentare dentro di voi. Una cosa non da sottovalutare, che pochi altri prodotti possono dire di aver fatto.
C’è sempre qualche ma, qualcuno non sopporterà questo modo di fare giochi, ma una cosa è sicura: anche questa volta David Cage non vi lascerà indifferenti.

Comments

Twitter Auto Publish Powered By : XYZScripts.com