The Legend of Zelda: Breath of the Wild – recensione

By Luca Forte, giovedì, 2 marzo 2017 12:00 GMT

Il gioco di lancio di Nintendo Switch nasconde ben più di quello che sembra.

The Legend of Zelda: Breath of the Wild – recensione

Non c’è niente da fare, l’arrivo di un nuovo Zelda è sempre emozionante. Un po’ perché è una di quelle serie con una cadenza non fissa, un po’ perché solo Zelda e pochi altri videogiochi hanno la capacità di sorprendere e conquistare a prescindere, nonostante a ben vedere gli elementi utilizzati siano sempre gli stessi.

Con Breath of the Wild Nintendo ha voluto svecchiare una formula con ormai più di trent’anni sulle spalle, concludendo quel percorso evolutivo partito con Ocarina of Time e poi portato avanti da Wind Waker e Skyward Sword. Il diventare una gigantesca avventura open world era nel DNA di Zelda da tempo, tanto che The Legend of Zelda: Breath of the Wild, nonostante le dimensioni gargantuesche, ha mantenuto la cura e i tanti dettagli tipici di un hub dei vecchi capitoli.

La libertà è la chiave di tutto e anche il segreto che rende il gironzolare per Hyrule così speciale. Gli sviluppatori, infatti, ci impiegheranno circa un’ora a mettervi in mano tutti i principali strumenti del gioco, poi starà a voi e alla vostra creatività capire come utilizzarli nelle “situazioni di tutti i giorni”.

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Perché all’interno dei Sacrari il magnete, la Stasi, la possibilità di ghiacciare e le bombe spesso saranno l’unico modo per arrivare alla fine del dungeon e potranno essere utilizzati in una maniera univoca per raggiungere l’agognato premio.

Durante la fase di esplorazione o contro i boss starà a voi ricordarvi di avere decine di possibilità diverse a vostra disposizione e sfruttarle per semplificarvi la vita. Questo perché i nemici di The Legend of Zelda: Breath of the Wild non sono particolarmente accondiscendenti e non ci penseranno due volte ad impartirvi un colpo letale, anche dopo decine di ore di gioco.

Trovare un modo per aggirare un fortino boblin, o per innescare delle esplosioni a catena, dunque, non solo vi farà sentire molto intelligenti, ma semplificherà delle situazioni che se prese di petto potrebbero essere molto problematiche.

Lo stesso vale per la gestione del complesso e vastissimo inventario. Per la prima volta nella serie Link potrà sfruttare un ricco arsenale di armi, scudi e archi, oltre che collezionare e potenziare un discreto numero di indumenti, ognuno caratterizzato da un valore difesa specifico e da un’abilità speciale.

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I vestiti, però, garantiranno anche una diversa schermatura alla temperatura ambientale. Alcuni vi consentiranno di passeggiare indisturbati sulle vette innevate e altri tra le fiamme di un vulcano. Nel caso in cui non vogliate giocare a Gira la moda potreste semplicemente scegliere di usare pozioni capaci di schermarvi dalle intemperie e proseguire a petto nudo, o curarvi ogni volta che la salute si avvicinerà allo zero.

Nintendo né vi dirà come fare né ha stabilito chiaramente qual è il modo giusto per procedere. Tutto sarà lasciato nelle vostre mani.

Lo stesso procedimento lo sviluppatore giapponese lo ha seguito per la creazione di alcune quest, prevalentemente quelle secondarie. Inizialmente potreste trovarvi un po’ spiazzati nel non avere un indicatore sulla mappa che vi dica dove andare, ma col tempo apprezzerete il metodo vecchia scuola di organizzare le missioni, basato su indizi testuali e immagini da far combaciare con la realtà.

In questo modo anche le alte torri che dominano ogni regione di Hyrule assumono un significato più profondo delle “colleghe” di Assassin’s Creed e Far Cry. Non solo sveleranno il territorio circostante, ma faranno comparire sulla vostra mappa il nome dei luoghi, così da trovare con maggiore semplicità i riferimenti dati nella descrizione dei compiti.

Perché ricordiamo, The Legend of Zelda: Breath of the Wild è una gigantesca avventura, non un gioco di ruolo alla Skyrim o The Witcher 3. Le similitudini ci sono, ma il focus del prodotto di Nintendo non è né nei combattimenti, né nella possibilità di modificare il corso degli eventi.

Certo, potrete decidere l’ordine con il quale affrontare i quattro Colossi, gli “unici” dungeon che vi separeranno dal confronto con il boss finale e se arrivare alla temuta nemesi di Link armati normalmente o brandendo la possente Master Sword, ma la storia è una e unica, i dialoghi non prevedono scelte multiple, Link è l’unico che non spiccicherà una parola (in italiano, grazie all’ottimo doppiaggio) durante tutta l’avventura, e le possibilità di far evolvere le abilità combattive dell’Eroe del Tempo sono ridotte all’osso.

The Legend of Zelda: Breath of the Wild – recensione

A parte la possibilità di trovare armi più potenti e i quattro poteri ricevuti al termine di ogni Colosso, il protagonista durante l’avventura non acquisirà nuove abilità o una forza di attacco superiori. In poche parole, dimenticatevi le classi e le specializzazioni, Link combatte in un modo solo e l’unica varietà è data dal tipo di arma utilizzata. Il fatto che queste dopo pochi frangenti si infrangeranno è l’unico motivo che vi spingerà a cambiare spesso la lama, oltre che a portarvi dietro un vasto arsenale di armi.

I combattimenti sono forse l’unica cosa che non mi ha particolarmente convinto di The Legend of Zelda: Breath of the Wild. Il design dei boss e dei nemici, come del resto di tutta la produzione, è eccezionale, ma è proprio il modo di combattere poco riuscito. Innanzitutto non capiamo perché Nintendo abbia deciso di modificare due elementi che ha contribuito a rendere degli standard: la schivata rotolando e la possibilità di agganciare un nemico. Se la prima opzione è stata completamente eliminata a favore di un goffo salto laterale, rendendo estremamente noioso il rompere i vasi di ceramica, la seconda ha un raggio d’azione talmente corto da essere spesso fonte di confusione, soprattutto contro i boss che si affronteranno in arene molto ampie e i cui attacchi leveranno moltissima energia.

Difetti, dicevamo, o meglio imperfezioni che, assieme ad un comparto tecnico talvolta claudicante per via di rallentamenti e qualche sporadico, ma violento pop-up (entrambi maggiormente visibili con la console attaccata allo schermo), scalfiscono la perfezione di un’opera che ha tutte le carte in regola per essere ricordata a lungo.

Hyrule è, infatti, vastissima e ricca di segreti e possibilità. I Sacrari e i Colossi garantiscono alcuni dei puzzle più intelligenti e intriganti degli ultimi anni. Il design dei personaggi, la cura con la quale sono stati scelti i colori, la bellezza di alcuni paesaggi poi, nonostante non possa competere con la forza bruta di un Horizon: Zero Dawn, sono capaci di toccare corde differenti, più intime, ma altrettanto potenti, che avvicinano The Legend of Zelda: Breath of the Wild più ad un film dello studio Ghibli che a una demo tecnica delle reali capacità di Switch.

The Legend of Zelda: Breath of the Wild – recensione

Tutto questo senza parlare della splendida colonna sonora, dei tanti dettagli pensati per i vecchi fan o della gioia che si prova nel lanciare Epona, eh, sì, i cavalli si DEVONO chiamare tutti Epona, al galoppo nel bel mezzo di sconfinate pianure.

Forse The Legend of Zelda: Breath of the Wild non ha il fascino introverso e la genialità di Majora’s Mask e non è innovativo e bilanciato alla perfezione come Ocarina of Time, a mio avviso i due picchi della serie, ma riesce ad essere un’esperienza coinvolgente, emozionante e appagante, che potrebbe insegnare ai blasonati colleghi come si creano decine di ore di gameplay senza riempirle di combattimenti riempitivo o dialoghi stucchevoli.

Quindi bentornato Link, bentornata Zelda. Forse non sarete il modo migliore per sfruttare l’innovativo hardware di Switch, se non mostrando come sia possibile creare un’esperienza classica sulla nuova console, ma consentite alla nuova macchina di Nintendo di partire decisamente con il piglio giusto. Con buona pace del povero Wii U.

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